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Proxmox — virtualizzazione opensource

L'alternativa opensource a VMware, senza i canoni di licenza che raddoppiano al rinnovo. Con backup, cluster e alta disponibilità già inclusi nella piattaforma.

Negli ultimi anni molte aziende si sono trovate davanti rinnovi di licenza VMware raddoppiati o peggio, per un’infrastruttura che non era cambiata di una virgola. Proxmox è la risposta concreta a questo: virtualizzazione opensource, con backup, cluster e alta disponibilità compresi nella piattaforma invece che venduti a moduli separati o a canone.

Cosa include lo stack, senza licenze aggiuntive. Un cluster ad alta disponibilità con un minimo di tre nodi, che tiene un servizio online anche se un host si guasta; un bilanciatore che sposta automaticamente le macchine virtuali da un host all’altro quando il carico non è più equilibrato, senza intervento manuale; un sistema di backup dedicato per le copie delle macchine virtuali; storage distribuito per non dipendere da un unico disco fisico; e una rete software-defined per segmentare il traffico senza cambiare i cavi. Tutto nella stessa licenza, gratuita.

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La migrazione da VMware è un percorso che abbiamo già fatto più volte e che vale la pena descrivere, perché la paura è sempre la stessa: si esporta la macchina virtuale dal formato VMware, si converte il disco virtuale nel formato che usa Proxmox, e si importa — una macchina per volta, ciascuna con un fermo pianificato di poche ore, tenendo il vecchio host acceso finché tutto non è verificato. Non è un salto nel vuoto, e con una migrazione pianificata bene si arriva a perdita di dati zero.

Il supporto è la parte che va comprata da qualcuno, e siamo noi: aggiornamenti, verifica dei backup, gestione del cluster, intervento quando serve. È esattamente il costo che su VMware pagheresti in licenza, con la differenza che qui compri lavoro invece che permesso d’uso — e il conto non raddoppia al prossimo rinnovo, cosa che negli ultimi due anni è successa a molti clienti VMware dopo l’acquisizione da parte di Broadcom, con preventivi di rinnovo arrivati anche a tre o dieci volte il costo precedente.

Il cluster non è un lusso da grande azienda. Bastano tre host anche modesti per avere alta disponibilità vera: se uno si guasta, le macchine virtuali che ospitava ripartono in automatico su un altro nodo, senza che qualcuno debba intervenire nel cuore della notte. È una soglia di ingresso più bassa di quanto molte PMI immaginino, ed è uno dei motivi per cui negli ultimi anni sempre più aziende italiane lo scelgono al posto di rinnovare una licenza che cresce di prezzo ogni anno.

Il backup, senza pagare per ogni terabyte protetto. Usiamo Proxmox Backup Server, che fa backup incrementali con deduplicazione: dopo il primo backup completo, ogni copia successiva salva solo i blocchi cambiati, e nella pratica lo spazio di storage necessario si riduce tipicamente tra il 60 e il 90% rispetto a rifare un backup completo ogni volta. I ripristini restano rapidi perché il sistema sa esattamente dove sono i blocchi da recuperare, invece di dover leggere un archivio intero.

Non solo per chi lascia VMware. Una parte crescente delle installazioni che facciamo oggi parte da zero su Proxmox, senza aver mai avuto un’infrastruttura VMware: aziende che stanno consolidando i primi server fisici, o che aprono una sede nuova, e che semplicemente non vogliono legarsi a un modello di licenza che può cambiare condizioni in qualsiasi momento. Per chi parte da zero il vantaggio è ancora più diretto: nessuna migrazione da pianificare, si progetta il cluster giusto fin dal primo giorno.

Un’unica console per vedere tutto il cluster. Dall’interfaccia web si controllano insieme host, macchine virtuali, storage e stato dei backup, con grafici storici sull’uso di CPU, memoria e rete che aiutano a capire per tempo quando un host sta per andare stretto — prima che diventi un problema durante l’orario di lavoro. È lo stesso tipo di visibilità che su un’infrastruttura VMware costerebbe un modulo di monitoraggio a parte.

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