Il phishing è un tentativo di truffa in cui un messaggio imita un mittente affidabile — la banca, un fornitore, un collega — per farsi consegnare credenziali o un bonifico. In azienda funziona perché sfrutta la fretta, non l’ingenuità.
I segnali che smascherano una mail di phishing
Nessun indizio da solo è una prova, ma se due o più di questi elementi compaiono nello stesso messaggio la probabilità che sia un tentativo di truffa diventa alta. Il segnale più comune è un dominio del mittente che somiglia a quello reale ma non coincide esattamente — una lettera in più, un trattino, un’estensione diversa — spesso accompagnato da una scadenza brevissima o dalla minaccia di un blocco dell’account entro poche ore. Un altro indizio frequente è un link mostrato nel testo diverso dall’indirizzo reale che compare passandoci sopra con il mouse, oppure la richiesta di inserire le credenziali su una pagina raggiunta direttamente dalla mail invece che dal sito ufficiale digitato a mano. Nei tentativi più mirati un fornitore comunica un cambio di IBAN via email, magari rispondendo a una conversazione già in corso, oppure l’allegato è un file compresso o un documento che chiede di abilitare le macro per essere aperto. Anche il tono può tradire il tentativo: troppo formale, tradotto male, o stranamente confidenziale per chi scrive.
Cosa fare nei primi dieci minuti
Se qualcuno ha già inserito le credenziali, il tempo conta più della diagnosi. L’ordine delle operazioni è questo: cambiare la password dell’account compromesso, invalidare le sessioni attive, verificare le regole di inoltro nella casella di posta — è il primo posto in cui un attaccante si nasconde — e infine avvisare colleghi e fornitori che potrebbero ricevere messaggi dallo stesso indirizzo.
L’autenticazione a due fattori blocca la maggior parte di questi attacchi, ma non quelli che rubano il cookie di sessione. Per questo su Microsoft 365 configuriamo sempre criteri di accesso condizionale insieme alla MFA.
Come si riduce il rischio a monte
Un filtro antispam moderno intercetta gran parte dei messaggi malevoli prima della casella. Il resto è configurazione: record SPF, DKIM e DMARC corretti sul dominio, protezione endpoint centralizzata e formazione periodica delle persone. Nei nostri contratti di sicurezza informatica queste tre voci vanno sempre insieme, perché ognuna copre i buchi dell’altra.
Domande frequenti
Inoltrala come allegato al referente IT o all’help desk, senza cliccare nulla, e poi eliminala. Se l’azienda usa Microsoft 365, il pulsante di segnalazione integrato invia il campione direttamente ai filtri di sicurezza.
No. L’antivirus interviene sul file o sul sito malevolo, ma molte campagne puntano solo a rubare credenziali su pagine pulite. Serve la combinazione di filtro antispam, MFA e attenzione delle persone.
Quasi mai. Se hai solo aperto il link, cambia la password e controlla le sessioni attive. La formattazione ha senso se è stato eseguito un file e l’analisi conferma un’infezione.

